Mafia, ne parliamo con Enzo Ciconte
di Barbara D'Amico
foto internet
19/05/2005


Non era retorico il giudice Falcone quando sosteneva che la mafia è un organismo e come tale nasce vive muore. Studiarne le caratteristiche comprendendone la fisiologia era, dunque, lo strumento idoneo ad estirpare quello che è stato definito come un vero e proprio cancro.

A non permettere la realizzazione di un simile risultato ha contribuito non tanto l'adozione di quell'approccio coraggiosamente speculativo quanto il suo errato impiego, con l'effetto a volte controverso di rafforzare le componenti mafiose rendendole immuni da ulteriori attacchi. "La situazione è la seguente", spiega l'On. Enzo Ciconte, storico e membro della Commissione parlamentare Antimafia. "Noi abbiamo una percezione del fenomeno mafioso che non risponde alla realtà. Prenda i giornali italiani: si accorgerà che i problemi inerenti alla mafia non vengono affrontati nel modo corretto e soprattutto non vengono indagati nel modo corretto." E a dispetto dell'ovvietà che ammanta da sempre l'argomento, è pur vero che di mafia si parla solo quando questa "si fa sentire", confermando una lettura del fenomeno "dura a morire e secondo la quale la manifestazione vera della mafia è quando ammazza, quando spara." Reale manifestazione che, al contrario, risiederebbe nelle attività sotterranee, nelle intimidazioni, nei comportamenti silenti che pur non sfociando violentemente costituiscono segno tangibile della sopravvivenza della criminalità organizzata. "Ad esempio, della situazione di Napoli se ne è parlato perché lì c'erano i morti ammazzati dopodiché nessuno si è chiesto cosa sia successo in seguito. Nessun giornale è andato lì a vedere quali sono stati gli effetti di quella 'mattanza' e delle misure repressive che poi sono state adottate".

E se poco interesse ha suscitato il dopo - Scampia, sono passati altrettanto inosservati i numerosissimi piccoli episodi di violenza criminale che portano la firma di "un atteggiamento mafioso", vero sintomo di un rafforzamento di Cosa Nostra 'Ndrangheta e Camorra. A cosa si deve questa mancanza di attenzione generalizzata? Non ad una presunta retrocessione di queste organizzazioni dalla realtà sociale italiana: semplicemente, ad una ristrutturazione del loro modus operandi, tesa a sottrarre le attività all'occhio della stampa. Ciconte pone l'accento sulla diminuzione di omicidi eccellenti, ovvero di quegli omicidi che avevano ad oggetto personalità di respiro nazionale, tali da ricoprire ruoli di rilievo e perciò idonei ad attirare l'attenzione dell'opinione pubblica. Come in un'equazione matematica, ad una diminuzione degli omicidi è conseguito un calo d'interesse nei confronti dei loro autori. Una mossa astuta, insomma, che però non significa cessazione delle azioni criminali.

"Ci sono, in Calabria e in Sicilia, omicidi di cui nessuno si accorge perché sono omicidi di persone non importanti dal punto di vista nazionale. Persone conosciute solo localmente le cui storie durano sulla stampa locale ma non riescono ad andare al di là dei confini regionali." Lo stesso si dica per gli atti intimidatori che caratterizzano i comuni e le realtà provinciali. "In Calabria, in modo particolare", sottolinea Ciconte, " sta succedendo una cosa curiosa: la stragrande maggioranza dei sindaci e dei consiglieri comunali sono fatti oggetto di intimidazione. E il fenomeno riguarda piccoli e grandi comuni, sia di destra che di sinistra. Ora, le spiegazioni, dal mio punto di vista, sono di diverso tipo. Intanto occorre chiedersi perché proprio gli amministratori. Perché in Calabria i comuni sono gli unici enti erogatori di spesa, quindi l'Ndrangheta, attaccandovisi, può esercitare condizionamenti. E questo perché ha bisogno di appalti, ha bisogno di forniture e di aiuti economici."

I bersagli degli 'ndranghetisti sono sia gli amministratori appoggiati nelle campagne elettorali (cui viene chiesto una sorta di contro favore) sia gli amministratori integerrimi che non scendono a patti con la mafia e sono intenzionati a fronteggiarla. Esempio emblematico quello di Giovanni Speranza, candidato di centro - sinistra eletto sindaco del comune di Lamezia Terme durante le scorse elezioni, il quale ha basato la sua intera campagna elettorale sulla richiesta di astensione dal voto da parte dei mafiosi. "E' un'anomalia. Non capita di frequente di trovare un candidato a sindaco che fa una campagna elettorale basata in questo modo". Pochi giorni dopo l'insediamento del nuovo consiglio comunale, Speranza e un altro assessore regionale sono stati destinatari di lettere minatorie con annesse pallottole. Ma ciò che più rileva è l'origine di questi reati, non così chiaramente riconducibile all'Ndrangheta in quanto tale. "C'è un modo di interpretare l'amministrazione pubblica che è completamente sbagliata. Questo perché c'è stato un modello violento negli anni passati e quindi ognuno si sente autorizzato a dire 'tu non mi fai questa cosa qui, io ti taglio le gomme della macchina. Ti butto la tanica di benzina in giardino'". A dimostrazione del fatto che in Calabria, ad oggi, è realmente difficile fare politica. Ma non solo. Assistiamo, ad una "ristrutturazione armata della politica e dell'economia" e come tradizione vuole, nel mirino ci sono anche e soprattutto gli imprenditori.

Nardo di Pace. Piccola frazione catanzarese distante dal capoluogo di provincia ben 32Km. Un paesino immerso nel nulla, paesaggisticamente suggestivo, ma che poco ha da offrire ai giovani che ci abitano. In questo comune, travagliato dalle numerosi alluvioni che dal '51 ad oggi ne hanno provato la ripresa economica, un gruppo di ragazzi decide di mettere su un'azienda dolciaria. L'idea è semplicissima: produrre dei dolci tipici locali senza coloranti né conservanti adatti a chiunque. "Era un prodotto che poteva andare", racconta Ciconte. "Hanno messo in piedi questa piccola impresa non solo con fondi propri ma con un prestito statale da restituire. Non hanno dunque fatto come molti imprenditori del nord che si sono presi i soldi per le aree industriali, hanno aperto i capannoni dopodiché appena ottenuti i rimborsi se ne sono andati mandando in rovina le imprese e mettendo sul lastrico gli operai. Questi ragazzi hanno chiesto un prestito allo Stato e alle Banche con l'intento di restituirlo. Appena aperta l'impresa l'Ndrangheta l'ha messa in ginocchio incendiandola. L'ha distrutta".

Può l'iniziativa di uno sparuto gruppo di giovani infastidire i traffici ben più rigogliosi della mafia? A quanto pare sì. Aprire un'impresa con fondi statali significa non aver chiesto il sostegno economico dell'Ndrangheta che, di norma, lucra sull'attività pretendendo il pagamento del pizzo. In più l'affronto è psicologico, poiché si dimostra che è possibile lavorare senza l'"aiuto" delle cosche inducendo gli altri imprenditori, sotto il giogo dell'organizzazione, a ribellarsi una volta mostrato loro che ciò è possibile.

Gli interventi da parte statale non sono, purtroppo, sufficienti. "Non c'è risposta seria da parte dello Stato". Nessun provvedimento a livello legislativo, solo numerose interrogazioni parlamentari di gruppi sia di destra che di sinistra per fare pressione sul Ministero di Grazia e Giustizia carente, al momento, di risorse per fronteggiare la lotta alla mafia. "Il Ministero non ha ancora messo a concorso i posti per i magistrati. Per cui la magistratura calabrese è disastrata." In più, aumenta il peso delle organizzazioni nel traffico internazionale di stupefacenti. Stilando un bilancio provvisorio, la situazione mafia in un certo senso si è appesantita rispetto al passato.

A peggiorarla, anche la scelta di abolire l'ufficio centrale per i beni confiscati, istituito dalla legge 306 del 1992 in materia di confisca di beni frutto di attività mafiose. L'organo governava l'assegnazione dei suddetti beni alla società civile, compito che è stato ora affidato al Demanio. " Il demanio civile ha in mano il demanio d'Italia. Non ha una specializzazione per i beni confiscati e non ha soprattutto una sensibilità ed una cultura a riguardo. Mi spiego meglio: in questi anni i mafiosi hanno fatto i mafiosi per avere potere e per avere denaro. Con quel denaro hanno acquistato palazzi, alberghi, tenute agricole, imprese agricole, tutti beni di proprietà della Mafia. La legge sulla confisca dei beni dice che una volta che si sia accertato che quel patrimonio è frutto di malaffare, di violenza, di estorsioni, di traffico di stupefacenti, deve essere consegnato alla società civile. Quindi i beni vanno in affidamento ai comuni o ad aziende di giovani che mettono su un'attività." In passato molti stabili e palazzi sono diventati uffici pubblici, caserme, scuole. Lo stesso per i terreni affidati a cooperative che hanno ripreso a produrre olio, vino, pasta; tutti prodotti prima appartenenti a boss come Provenzano. "Questi prodotti, adesso vengono tranquillamente venduti. E c'è un particolare gusto nel mangiare una pasta che ieri era di proprietà mafiosa, e oggi non lo è più".

Abolendo la figura del commissario per la confisca e affidandola al demanio non si è fatto altro che rafforzare il potere economico e psicologico della mafia. A seguito della disapplicazione della norma, infatti, molti dei beni confiscati sono stati rivenduti all'asta per far fronte alla lentezza dell'iter burocratico che, in mano ad un organo non specializzato quale appunto il demanio, congelava le assegnazioni. "Lei si immagini di poter partecipare ad un'asta a Palermo, a Corleone, a Bagheria a Reggio Calabria, a Napoli o a Scampia. Se c'è un'asta è chiaro che i beni se li riprendono i mafiosi, e questa volta in modo legale quindi non più inespropriabili." Il danno più evidente ricade, però, direttamente sui giovani. "I giovani non hanno una capacità economica propria, quindi se fondano una cooperativa e chiedono un mutuo per ristrutturare un palazzo o un'azienda agricola la banca chiede una garanzia. E quale garanzia possono dare? Nè può pretendere che i genitori impegnino i beni di famiglia per un'impresa a rischio in territorio mafioso. Quindi ci sarebbe bisogno di un capitale di rischio che viene assicurato dallo Stato. Tutto ciò non è stato fatto. Non sono stati accorciati i tempi per l'assegnazione e più il tempo passa più si hanno due effetti: uno concreto ed economico: i palazzi deperiscono e deperiscono i fondi. Di conseguenza quando verranno assegnati, i beni dovranno essere ristrutturati; e poi un danno psicologico, di immagine: il capomafia dimostra a te che è più forte lui. Che nonostante tutto la mafia riesce ancora a comandare."

La riassegnazione alla società civile era inoltre deterrente all'arruolamento di nuove leve nelle fila mafiose; "si dimostrava che il crimine non paga. Che era possibile confiscare ricchezze fatte con la violenza." Al contrario le attività delle cosche sembrano oggi più fiorenti che mai poiché se è vero che le organizzazioni sono state private di molti capimafia, è altrettanto vero che a questa diminuzione di "forza lavoro" non è corrisposta una diminuzione delle attività. A dimostrazione del fatto che vi è un ricambio di personale a flusso costante e l'organismo continua a vivere.