

Di Mafia, in Italia, non si parla più.
Tutti ricorderanno come, cinque mesi fa, un programma della tv del servizio pubblico dedicato al potere di Cosa Nostra scatenò l'ira bislacca e volgare del presidente siciliano Totò Cuffaro, assecondato dalle proteste di buona metà della politica italiana. «La trasmissione Report ha inteso ridicolizzare la Sicilia e i siciliani!», schiamazzò Cuffaro, imbestialito da un racconto televisivo dove non c'era traccia delle bellezze della sua splendida isola, ma dove piuttosto si faceva tanto parlare di imprenditori soffocati dal racket e di un'economia sana a richio di estinzione. Totò tuonava che non si può parlare di Mafia dimenticando i cannoli e il barocco di Noto, e pretendeva un risarcimento danni. La Rai prontamente, e inspiegabilmente, si dichiarò colpevole. Colpevole di aver parlato di una Mafia che non spara più ma che è più che mai radicata e potente, e di averlo fatto senza chiedere anticipatamente il permesso al presidente: la Rai così "riparò" con una puntata speciale di Punto a Capo (puntata, questa, che solo i telespettatori più sadomasochistici ricorderanno).
Quel reportage - che tra l'altro si limitava all'abbozzo di un'inchiesta sul potere di Cosa Nostra e forniva solo un assaggio dell'attuale e profondo intreccio tra mafia e politica - deve essere ricordato soprattutto per aver svelato a tutti, anche ai più distratti e assuefatti, l'ennesimo scandalo di un'informazione di regime. Tutta quella cagnara, infatti, non ci fu quando in coro i Tg e i salottini della tv per intere giornate celebrarono l'agognata "assoluzione" di Giulio Andreotti. E purtroppo non ci fu nemmeno nel dicembre scorso, quando Marcello Dell'Utri, il padre di Forza Italia, l'amico e collaboratore di una vita del presidente del Consiglio, si è visto condannare in primo grado dalla V sezione penale del tribunale di Palermo a nove anni per concorso esterno in associazione mafiosa: la notizia di Dell'Utri attraversò veloce i tg e le dichiarazioni di circostanza dei politici e non ci fu alcun esame di coscienza, alcun tentativo di riflessione seria sul significato di quella sentenza. Ma solo tanto sgomento, anche per la faccia tosta con cui i media che contano erano riusciti a ignorare completamente un processo lunghissimo, arrivato a conclusione dopo quasi sette anni di udienze.
È una parola bandita, Mafia, caduta nel dimenticatoio con il soccombere dell'informazione libera. Una parola che riaffiora, storpiata, solo quando si tratta di farneticare sulla presunta necessità di abrogare il reato di concorso esterno, quando un ministro della Repubblica deve ammonire tutti che «con la Mafia bisogna convivere». Sui giornali sbarca qualche cadenzato aggiornamento sul boss dei boss che proprio oggi, 9 maggio 2005, festeggia i suoi 42 anni di latitanza nascosto chissà dove: il 9 maggio del 1963, i carabinieri di Corleone lo aspettavano in caserma "per nuovi accertamenti", ma Bernardo "Binnu" Provenzano non si presentò. E da quel giorno è un fantasma imprendibile, un capo inafferabile che nell'ottobre del 2003, a bordo di un'auto, attraversa l'Italia e il confine con la Francia per raggiungere una clinica di Marsiglia, dove si sottopone a un intervento alla prostata a spese dell'Ausl di Palermo.
Capita di sentir parlare di Provenzano, di vedere ogni tanto il suo identikit stampato sulla pagina interna di un giornale. Eppure, come ha ricordato qualche giorno fa il Pm di Palermo Antonio Ingroia, l'allievo prediletto di Borsellino, «nessuna cattura è catartica, neppure quella di Provenzano, altrimenti la mafia sarebbe stata sconfitta da tempo». Una riflessione tanto semplice quanto vera, nelle cui pieghe si nasconde la denuncia del tragico silenzio che avvolge tutto il resto, il quotidiano di un'organizzazione criminale silenziosa, e forse mai tanto potente e in salute.
Ecco perché del caso Cuffaro non si discute a livello nazionale, ecco perché da mesi l'informazione snobba un altro importante processo, quello delle "talpe" nella procura di Palermo. Un processo che coinvolge una lunga sfilza di medici, politici, marescialli dei Carabinieri, ex chirurghi divenuti capi mandamento, ma anche il più ricco imprenditore siciliano (quel Michele Aiello al servizio di "Binnu" Provenzano) e lo stesso presidente della Regione. Ed è una vicenda giudiziaria che sta alzando il coperchio sul rinnovato e feroce intreccio tra due sistemi, quello mafioso e quello politico, che negli ultimi anni avrebbero trovato nella sanità privata il loro punto d'incontro, il grande affare milionario da spartirsi.
Le inchieste della Procura di Palermo ripropongono l'antico legame tra esponenti di spicco di Cosa Nostra e professionisti della sanità (si pensi a Michele Navarra, capo mafia e medico chirurgo nella Corleone degli anni Quaranta e Cinquanta, oppure a Gioacchino Pennino, anch'egli dottore e uomo d'onore di Brancaccio all'inizio degli anni Settanta). Ma da tempo la sanità siciliana avrebbe fatto il salto di qualità, perché mettere le mani sulla sanità oggi significa controllare uno dei più grandi complessi di appalti e di affari della Regione, non più soltanto poter contare su un vastissimo bacino politico-clientelare e di consenso elettorale. Il tutto, ovviamente, a spese del diritto alla salute del cittadino, abbandonato a una sanità pubblica allo sfascio.
Sono tutte cose che Totò Cuffaro detto Vasa Vasa, radiologo di Raffadali, provincia di Agrigento, conosce benissimo. Lui che oggi è sotto processo per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, dopo che la Procura ha deciso di far cadere l'accusa di concorso esterno. Lui che con quell'antica equazione mafiosa - quella che al controllo della sanità fa corrispondere il controllo del territorio - cominciò ad averci a che fare in giovane età, quando cresceva al fianco del suo mentore politico, il democristiano Calogero Mannino. Lui che gettò le basi del suo immenso potere personale proprio nelle corsie degli ospedali.
Da oggi Rivist@, con i suoi piccoli e limitati mezzi, parla di Cuffaro, di Sicilia, ma anche di Campania e di Calabria. Qui potete trovare articoli, piccole inchieste e interviste. È una specie di numero speciale, un'idea nata spontanea nella redazione che va semplicemente incoraggiata. Perché, per una volta, si parla di Mafia.