Auronda, l'artista che svive l'arte
di David Scerrati
foto Auronda
20/09/2008


Auronda, artista fotografa, Premio Giovane Artista Emergente nel 2007, espone a FotoLeggendo. La incontriamo durate la preparazione della sua installazione fotografica M∞nfaces, che sarà esposta a Roma presso gli spazi dell'ISA (Istituto Superiore Antincendi, via del Commercio 13) dal 3 al 18 ottobre.

R@: "Auronda" quando nasce? Ovvero, più banalmente, quando nasci come artista?
A: Auronda non nasce, malnasce. Essendo madre abietta abortisce l'artista che è in lei ogni giorno da svariati eoni.

R@: Ti definisci artista, fotografa o cosa?
A: Auronda non è né artista né fotografa, né cosa. Ha ucciso l'artista che è in lei ad ogni risveglio, puntandosi l'obiettivo contro le tempie e scattando.

R@: Cosa ha significato essere insignita del Premio Giovane Artista Emergente 2007?
A: Ha compreso ciò da cui non voleva emergere. Una volta che l'arte viene istituzionalizzata da musei, gallerie, università, vernissages, collezionisti ed entra nel circuito dell'arte, muore. Auronda non vuole ciò, il suo intento è svivere l'arte, distillandola in comode porzioni da asporto. Infatti durante la premiazione ha ringraziato tutti quelli che non amano la sua arte o che amano l'arte istituzionalizzata, regalando loro un motivo in più per finire all'inferno.

R@: Il lavoro M∞nfaces che presenterai a FotoLeggendo sembra imperniato sul concetto di identità, alludendo efficacemente all'illusione dell'identità come unità univoca. Sembra più plausibile affermare che la persona - ivi intesa anche nel suo significato etimologico, ovvero maschera - è fatta di identità multiple.
A: M∞nfaces non allude affatto ad un'identità come unità univoca, lo dice già il titolo che contiene al suo interno il simbolo dell'infinito, poi c'è lo specchio quintessenza dell'identità ibridata di multipli.

R@: Inoltre, in questo lavoro, trattasi per la precisione di una installazione fotografica, il fruitore gioca un ruolo attivo, in quanto metà del suo volto andrà a completare una parte mancante. Pensi che sia ormai superata l'idea dello spettatore come osservatore passivo?
A: Non vorrei arrivare a pisciare sugli spettatori come fece in un suo famoso spettacolo Carmelo Bene ma credo che lo spettatore vada mal-educato, parola ben diversa da maleducato, intendo in tal modo un modello di spettatore che si ponga davanti all'opera in modo viscerale e feroce, e riempia lo spazio tra lui e l'opera, che tocchi, esplori e abbia la capacità di osare non accontentandosi di vedere le opere impiccate sui muri ma lasciando una sua traccia che gli permetta di sovrapporsi, anche se per pochi istanti, all'assenza-essenza all'autore.

R@: Il medium fotografico è per te un mero strumento del tutto equivalente agli altri mezzi espressivi, o è la cifra del tuo fare artistico?
A: La fotografia è un'arma, è la mia pistola per uccidere e far svivere chi si offre e s'offre al di là del mio obiettivo, è la mia arma per difendermi e fendermi.

R@: Che idee o progetti hai per il futuro?
A: Posso solo dirti cosa ho in progetto per il passato: trapassarmi e ripercorrermi più volte.

R @: Cosa pensi di Roma, come mercato e vetrina per l'arte contemporanea? Pensi che altre capitali europee offrano migliori opportunità? Hai mai pensato di andare all'estero?
A: Il mercato, le vetrine, le opportunità non la interessano. Auronda è fuori da questo circuito perché ha una visione dell'arte molto più sacra e la figura dell'artista-impiegato inserito nella fabbrica-museo la lascia a chi vuole timbrare il cartellino ad ogni risveglio. Qui o altrove, l'importante per Auronda, è non prostituirsi al circuito dell'arte.

R@: Cosa significa essere donna?
A: Avere un cromosoma X che permette di partorirsi e abortirsi infinite volte. E poi io sono un uomo indisposto perciò posso dire che talune vivisezionano cromosomi X, talaltre ingorgano ciprie opalescenti.

R@: Esistono secondo te delle differenze tra uomo e donna nel modo di esprimersi e fare arte?
A: Non si può parlare di uomo donna, padre madre, figlia figlio, fratello sorella, la trovo una distinzione troppo chirurgica. Invece la tela di ogni uomo, qui inteso come umanità, nel di-sfarsi sarà sempre differente, ci sarà sempre un nodo che non torna, uno squarcio, una maglia in più o in meno.

R@: Artiste come Cindy Sherman o Francesca Woodman rappresentano l'esempio forse più emblematico di quello che a me pare una tendenza piuttosto diffusa fra le donne-artiste. Ovvero un certo compiacimento all'autoreferenzialità. Quasi che l'arte sia un pretesto per riflettere su se stesse. Tu cosa ne pensi?
A: Non vedo nell'opera di Cindy Sherman e di Francesca Woodman questo compiacimento all'autoreferenzialità, Ma piuttosto un tendere verso contraddizioni più abissali, affondando le loro radici in qualcosa di genealogico. La loro riflessione risulta molto più ampia, partono da loro stesse ma escono violentemente dai confini dei loro corpi per abbracciare territori politici e di critica sociale femminista (Sherman conosce le teorie di Laura Mulvey). I loro corpi non sono più corpi ma diventano oggetti rivoltosi contro ideologie stantie ed ingabbianti. Non sono corpi levigati, lucidati, scartavetrati, sono corpi sporchi impolverati s-mascherati, che gocciano di orrore contro l'ideologia borghese. Sono corpi urlanti esplosi ed implosi su loro stessi, ma soprattutto sono corpi informi ed antropici, metafora della nostra stessa dissoluzione.

Per saperne di più:
Auronda myspace
FotoLeggendo 2008