
A good year - Una buona annata
di Ridley Scott
con Russel Crowe, Albert Finney, Freddie Highmore, Marion Cotillard
USA, 2006
118'
Una nuova sfida quella del regista Ridley Scott, che dopo il fantascientifico Blade Runner, il drammatico Thelma & Louise, e i kolossal storici Il Gladiatore e Le crociate (solo per citare alcuni dei suoi film più noti al pubblico), decide di lanciarsi nella commedia sentimentale con A good year (in Italia Una buona annata), sfruttando il suo attore prediletto Russell Crowe e il buon momento che al cinema sta godendo il tema del "vino" (basti guardare il successo di Sideways di Alexander Payne, 5 nomination agli Oscar e vincitore di 2 Golden Globe).
Russell Crowe è qui nei panni di Max Skinner, un broker della finanza londinese, che si arricchisce giocando in borsa ai limiti della legalità. In seguito alla morte dello zio Henry, Max scopre di aver ereditato la tenuta vinicola in Provenza dove da piccolo trascorreva le estati; decide, così, di partire, con l'intenzione di ristrutturarla, venderla e guadagnarci un mucchio di soldi. Saranno però incognite, imprevisti e personaggi strambi, a costringerlo a rimanere più del previsto. E, alla fine, la sua vita prenderà una strada che nemmeno lui avrebbe mai immaginato.
Ridley Scott segue la storia con la proverbiale maestria che gli è riconosciuta, con attenzioni minime soprattutto nel creare contrasti tra gli ambienti chiusi e oppressivi della city londinese, e le campagne assolate e polverose della Provenza francese. Ad una fotografia dai toni bluastri e scuri, usata per gli ambienti metropolitani, che in fondo rappresenta la parte più scontata della regia, è opposta, infatti, una fotografia luminosa, a tratti persino accecante (simile per molti versi a quella de Il Gladiatore), per le splendide sequenze in Provenza, che rivelano uno Scott sorprendentemente romantico e nostalgico. Un universo silenzioso e placido, in cui Max Skinner si immerge, prima con incredibile freddezza, poi sempre più coinvolto, avvolto da una magia tale da farlo sprofondare in teneri ricordi d'infanzia.
È proprio questo sentimentalismo imperante, però, che alla fine finisce per scontrarsi con lo stile di Ridley Scott. Se infatti in film come Black Hawk Down, Blade Runner, e anche nello stesso Il Gladiatore, avevamo ammirato il "pugno di ferro" della sua regia, che lascia parlare personaggi e storia, senza far trasparire un minimo di emozione dalla macchina da presa, qui invece la forma appare eccessivamente distante dal contenuto della pellicola. Tutto sembra troppo calcolato: ogni inquadratura, stacco, sequenza, è affrontato con estrema razionalità, e ciò conduce inevitabilmente ad una staticità della forma. Qui non ci sono scene d'azione, guerre, replicanti o gladiatori: la dinamicità non è insita nella singola inquadratura e la macchina da presa non contribuisce a crearla. Ciò purtroppo non consente il coinvolgimento da parte dello spettatore e, nonostante i consueti 120 minuti di durata, a tratti la pellicola risulta noiosa.
A dare emozioni ci pensano comunque un ottimo Russell Crowe, una scenografia sicuramente suggestiva, una storia delicata e piacevole a base di vigneti e vendemmie, ma soprattutto i malinconici flashback delle estati che Max, ancora bambino, aveva trascorso con lo zio Henry: brevi sequenze in cui i due personaggi hanno i volti straordinari di Albert Finney (Big Fish, Erin Brochovich), e Freddie Highmore (La fabbrica di cioccolato, Neverland - Un sogno per la vita), bambino prodigio, che speriamo non si perda per strada, come spesso accade a chi conosce un prematuro successo a Hollywood. Buone infine sia la sceneggiatura, ricca di spunti originali e di situazioni esilaranti (su tutte la partita a tennis), che la colonna sonora, con canzoni adatte a fare da cornice ai mondi separati di città e campagna.
A good year è quindi sicuramente al di sopra delle consuete commedie sentimentali, ma un po' al di sotto delle aspettative, in quanto diretto da un Ridley Scott forse non troppo a suo agio con il genere. Rimane comunque sempre apprezzabile il tentativo di un regista di diversificarsi e di sperimentare nuove forme: anche nei lavori meno riusciti, in fondo, la mano di un grande artista fissa sempre la sua impronta. A good year non è da meno.