"L'arte dissente" di Jeanette Winterson
di Natascha Lusenti
foto internet
02/12/2006


Jeanette Winterson
L'ARTE DISSENTE
pp. 194, € 8,40
Mondadori, 2006

Nel libro che dedica a Goya, il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset garbatamente ammonisce il lettore a non dimenticare che l'artista, a differenza dell'intellettuale, è condannato ad avere tra le mani, in ogni istante in cui lavora, la materia. Materia da conoscere, comprendere, assecondare, piegare alle esigenze dell'opera. Ben altra cosa rispetto alle idee, al pensiero, che lasciano liberi. Undici anni dopo l'edizione originale del 1995, arrivano anche in Italia i saggi sull'arte di Jeanette Winterson, classe 1959, considerata la voce inglese più importante tra quelle della sua generazione, autrice di Non ci sono solo le arance o Il custode del faro. La Winterson riflette su pittura e scrittura, convinta che si equivalgano in quanto a fatica del confronto con la materia. Perché è sicuramente vero che il pittore lavora a forgiare un qualcosa di tridimensionale affinché l'idea che intende esprimere ne esca come la farfalla dal bozzolo: una forma nuova che sembra impossibile poter ricondurre a quella da cui è stata generata. Eppure Winterson sa bene che coloro che scelgono il mestiere della scrittura non hanno risparmiata la medesima prova. Ovvero, anche le parole sono materia e vanno composte secondo l'unico stile possibile, quello che arriverà "a parlare a tanta gente diversa" oltre l'hic et nun della personalità e della vita dello scrittore. Raggiungere quello stile, quella sensibilità, quella tecnica richiede studio, abnegazione, rinunce, sudore quanto, e non meno, imparare a dominare il colore, il marmo, il bronzo. Per questo la Winterson considera artisti e letterati alla stregua di manifatturieri al servizio del bello e della verità, piuttosto che dell'industra di beni di consumo. Senza andare troppo lontano, T.S. Eliot affermò la propria fede nella stessa dottrina della materia in La terra desolata, capolavoro che il poeta dedica a Ezra Pound, "il miglior fabbro", a sua volta riprendendo l'epiteto che Guinizelli riserva al trovatore provenzale Arnaut Daniel nel canto XXVI del Purgatorio: "fu miglior fabbro del parlar materno".

Il libro ci prende da subito con un impeto, mentre seguiamo Winterson in un Natale di molti anni fa, in una nevosa Amsterdam: lei, digiuna d'arte, dentro una piccola galleria si innamora di un quadro di cui non riuscirà più a fare a meno. È questo il punto di partenza per riflettere su un'epoca, quella attuale, che la scrittrice ritiene perlopiù popolata da individui che hanno abbandonato l'idea di dover faticare sopra un libro e che al contrario pretendono che esso sia veicolo di intrattenimento. Così come li ha abituati la tivù a cui hanno appaltato il monopolio del tempo libero. Winterson ribalta luoghi comuni come il fastidio per l'arroganza dell'artista. Dovremmo invece, dice, fermarci ad analizzare l'arroganza del pubblico "che non ha fatto nulla, che non si è assunto alcun rischio, la cui vita e la cui sussistenza non dipendono, in ogni singolo momento, da ciò che sta facendo". Sono pagine acute quelle in cui l'autrice riflette sul dispotismo del gusto senza impegno, del "non mi piace" sbandierato credendo che basti, senza che sia accompagnato da una domanda sulla propria inadeguatezza perché potremmo avere ragione a condannare un tal artista ma è anche vero che la consueta risposta "Questo dipinto non ha nulla da dirmi" potrebbe diventare "Non ho nulla da dire a questo dipinto". Cioè, non sono in grado di capirlo. Ribaltando il punto di vista, che era anche il suo, Winterson ha cercato di imparare come si guarda un'opera d'arte, lei che è convinta di sapere "molto, molto meno di quadri di quanto sappia di libri, e la cosa non cambierà in futuro". Winterson non dimentica di essere soprattutto una scrittrice e per questo ci porta, leggera, nel mondo delle parole di Virginia Woolf, la cui opera, come qualunque altra d'artista, merita di essere frequentata perché "apre il cuore", è rifugio, perché "si oppone alla morte quotidiana". Detto in due parole, leggere L'arte dissente è un delizioso piacere.